Mario Campli. Chirurgo
La paura, una paura multiforme e complessa, pervade -o dovrebbe pervadere- la nostra società.
E il sesso, o meglio, una serie di offerte variegate atte a soddisfare il voyeurismo del pubblico, dovrebbe fare da contraltare a questa paura.
Le cose stanno effettivamente così? Non sono certo in grado di dare risposte semplici a problemi di simile portata, che coinvolgono una intera società; ma le società sono pur sempre costituite da singole persone, e almeno nella nostra civiltà occidentale si è sempre attribuita una rilevante importanza al’individuo, per cui mi azzarderò a fare qualche considerazione del tutto personale.
Non concordo completamente con il quadro dipinto dal Dott. Avenia: a me pare di scorgere una fondamentale dicotomia tra la paura “proposta” al pubblico e quella “vissuta” dal pubblico. Da una parte c’è la rappresentazione della paura, la cronaca sconfortante di un mondo avviato alla catastrofe: ma c’è davvero qualcuno che percepisce in modo così drammatico gli eventi che i telegiornali ci ammanniscono? Piuttosto io leggo indifferenza nel modo in cui i notiziari non riescono nemmeno a turbare il nostro placido pasto quando, seduti a tavola per pranzo o per cena, mettiamo distrattamente mano al telecomando per ascoltare le ultime notizie. Dall’altra parte, tocco con mano nei miei rapporti con il pubblico, nella vita di ogni giorno come nei gruppi di discussione su Internet, quanto la gente possa angosciarsi per paure che agli occhi di una persona informata e razionale appaiono prive di concreto fondamento (e mi riferisco ai pericoli di epidemie, al rischio elettrosmog, al rifiuto del nucleare o dei cibi transgenici: una facile verifica la si ottiene facendo una ricerca con alcune di queste parole-chiave sul sito http://www.sci-med.it/cerca.html#archivio).
La guerra in medio-oriente, gli arsenali atomici esistenti della Corea del Nord o desiderati dell’Iran, terremoti e tsunami, le stragi della strada, del terrorismo, sono fatti reali, concreti. Con la attuale globalizzazione non esiste luogo abbastanza remoto sul pianeta per poterci dire salvi dalle conseguenza di qualsiasi evento: eppure la televisione, che dovrebbe essere la nostra finestra sul mondo, che dovrebbe portare tutto il mondo in casa nostra, sembra avere lo stesso effetto di un cannocchiale al rovescio.
L’uomo della strada, invece, si preoccupa di minacce molto più remote:
decenni di ricerche sull’inquinamento elettromagnetico hanno dimostrato l’assenza di qualsiasi effetto biologico rilevante delle microonde dei telefonini, eppure molte persone mettono in atto strategie per evitare rischi, come l’impiego degli auricolari o di inutili dispositivi di protezione, e quasi nessuno si direbbe contento di vedersi installare le antenne di una cellula telefonica sul tetto di casa. Stessa cosa dicasi per i cibi transgenici: il mais e il grano “naturali” che oggi mangiamo sembrano mostruose caricature delle piante “selvagge” da cui l’uomo primitivo, con pazienti e lunghissimi incroci e selezioni, trasse i vegetali con i quali si è sviluppata l’agricoltura. Queste piante sono ben più distanti dagli antichi progenitori di quanto molte varietà attuali modificate in laboratorio lo sono dalle specie di origine, e altrettanto
“artificiali”: eppure sono i cibi “geneticamente modificati” a suscitare la paura.
Mi verrebbe da riconoscere un criterio per cui “certe” paure fanno più paura, e certe altre non smuovono dall’indifferenza: l’individuo teme ciò che può colpirlo personalmente (le radiazioni del cellulare, il cibo sulla sua mensa, la malattia), mentre altre minacce ben più concrete non lo riguardano così direttamente. Guerre, terrorismo, sfruttamento sono problemi che coinvolgono intere nazioni, ed evidentemente la nostra eredità biologica di scimmioni sapienti ci impedisce di valutare correttamente il peso dei pericoli che riguardano ben più della cerchia ristretta di qualche decina di individui che ciascuno di noi considera il suo “mondo”.
Ma io stesso sono in grado di riconoscere tali e tante eccezioni da capire che questo criterio è tutt’altro che una regola. Quel che è certo è che ciascuno di noi attribuisce in base ai suoi giudizi, razionali o meno, il peso che dobbiamo attribuire alle minacce che incombono, e quanto più personalizziamo il rischio, tanto più esso ci sembra elevato. Forse per questo l’accanito fumatore continua allegramente a fumare, informato ma, a quanto pare, non realmente consapevole dei pericoli per la sua salute. E in questo l’emotività ha un peso grandissimo: come spiegare il terrore di quelli che non osano salire a bordo di una aereo, ma guidano tranquillamente la loro auto, ignorando che il rischio di incidente è incommensurabilmente più elevato nel secondo caso?
Il ruolo dei media nella percezione del pericolo, però, non è da trascurare. Non è possibile fingere di non accorgersi dell’enfasi che i mezzi di comunicazione di massa, e specialmente quelli più popolari, mettono nell’esagerare i pericoli, veri o meno veri che siano, facendo sembrare più reali minacce che in realtà non sono tali, e alimentando il bisogno del pubblico di reagire in qualche modo a queste minacce. Pur senza cadere nel tranello di vedere un disegno nascosto, un “complotto”
per distrarre le menti da altri problemi, resta lo sconforto di constatare che media e pubblico si inseguono a vicenda, gli uni proponendo, gli altri ricercando, quello che “fa notizia”, rincorrendosi in un campo dove, è il caso di dirlo, non c’è nulla di nuovo sotto il sole: dall’epoca del “panem et circenses” l’unica cosa cambiata è la disponibilità economica del pubblico, che oggi rende superflua la distribuzione del “panem”.
E cosa dire della offerta “sessuale” dei media? Anche in questo caso, il fenomeno non è recentissimo: negli anni ’70 l’informazione periodica “popolare” (Stop, Eva Express, Novella 2000…) sbandierava allegramente tra un gossip e uno scoop le foto di seni e sederi al vento di vip o presunti tali, mentre le riviste di stampo più intellettuale combattevano una lotta all’ultimo sangue per accaparrarsi l’ultima modella da sbattere in copertina (svestita, naturalmente). Erano gli anni in cui il nudo femminile faceva il suo ingresso nelle case degli italiani attraverso la televisione, prima con l’ombelico della Carrà, poi con immagini più esplicite con trasmissioni come Odeon o Stryx. La sessualità non era ancora esibita come in Francia, dove passeggiando per una città di provincia si poteva tranquillamente trovare la vetrina non oscurata di un sexy-shop e i muri delle case erano tappezzati dei manifesti di film come “Emmanuelle” o “Histoire d’O”, dai quali le discinte Sylvia Kristel o Corinne Clery occhieggiavano ai passanti; l’erotismo diventava una componente esplicita dei rapporti umani e dell’informazione, non più nascosta (o negata).
Mi sembra, però, allora come oggi, che la gran parte della lusinga erotica con la quale i mezzi di informazione ci tentano sia rivolta, in fondo, solo ad una metà del cielo, quella maschile. Nessuna meraviglia, conoscendo le dinamiche della fruizione sessuale maschile e femminile. Ma possiamo allora considerare un volontario ed efficace contrappeso della paura una blandizia che dimentica metà del pubblico al quale dovrebbe rivolgersi? Facile, in questo caso, deviare il pensiero su considerazioni sulla reale portata della emancipazione femminile, su quale sia, almeno nel sentire generale, la parte “che conta” della nostra società.
Mi sembra in realtà che questo erotismo, a volte sbattuto in faccia, a volte elusivamente sottinteso, più che contraltare alla paura sia solo un’altra delle “emozioni forti”, quasi caricaturali, che i media ci ammaniscono quotidianamente. E non mi riferisco solo al sesso, o agli sport estremi e le loro cronache, ma anche ad emozioni più quotidiane e positive, ma sempre enfatizzare ed esagerate dai media, che vengono fuori dai reality show, o da trasmissioni televisive che sono veri o dissimulati giochi di “role playing”, con incontri e scontri di parenti, familiari, vicini, amici.
Tutta questa rappresentazione esagerata di emozioni ci stimola, ci eccita, ci fa sentir vivi, ci spinge a reagire in modi non sempre appropriati. In questo senso tutto, anche la rappresentazione della paura (che non si identifica con la paura stessa) fa da contraltare al terrore della morte, della nostra morte personale, che nella nostra società è un tabù ben radicato (si confronti, su questo punto, un altro mio scritto dedicato ad un altro argomento che però prende in esame anche la questione del nostro rapporto con la morte: http://www.sci-med.it/articoli/AlternativeCampli.html).
Non riconosco in questa enfasi emotiva dei mezzi di comunicazione il risultato di direttive “dall’alto”, non lo vedo come la conseguenza di un disegno cosciente, ma come il prodotto di una perdita diffusa di certi valori, del pudore; certo questo quadro è funzionale alle necessità della società capitalistica, che mette il profitto al primo posto, ma è probabilmente la naturale conseguenza della evoluzione della nostra società, una società “post-cattolica”. Viviamo in mezzo a molte
contraddizioni: un’Italia laica che convive con l’ingombrante presenza del Papa; un rinnovamento di una minoranza di cattolici impegnati che vive con grande intensità la propria religiosità, accanto ad una maggioranza di persone battezzate che possono definirsi cattoliche solo sulla carta; un bisogno di spiritualità che si rivolge a culti e riti estranei alla nostra cultura; e tanto altro ancora…
Ma può la Chiesa oggi ergersi a baluardo contro la perdita dei valori, la colonizzazione culturale, religiosa e demografica alla quale l’Italia e l’Europa sono sottoposte? La mia personale opinione è che la componente laica della nostra società è comunque figlia del cristianesimo, e ne condivide molti valori fondamentali: ma non riconosce alle gerarchie cattoliche l’autorità di dettare legge su questioni nelle quali alcuni oggi preferiscono esprimere opinioni che riflettono anche l’evoluzione della conoscenza e della società. La storia della Chiesa (della Chiesa Cattolica Romana) è, in fondo, la storia di una lenta e progressiva perdita di potere, dall’epoca dello Scisma ai giorni nostri: una perdita di potere temporale, una riduzione della sfera d’influenza politica, un ridimensionamento della autorità morale, una diminuzione del sentimento religioso. Questo cammino, paradossalmente, è vaticinato proprio nel primo capitolo del Libro dei Libri: l’uomo che mangia del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male si allontana da Dio.
Il ruolo che la Chiesa reclama è per sua natura totalizzante, e per questo probabilmente rifiutato da chi, laico ma pur sempre figlio della civiltà cristiana, condivide alcuni dei valori difesi dalla Chiesa ma non riconosce il magistero delle sue gerarchie (che talvolta è in stridente contrasto persino con chi la Chiesa la vive sul campo, come certi missionari in terra d’Africa che preferiscono distribuire preservativi piuttosto che seguire le prescrizioni delle autorità ecclesiastiche sul problema della sessualità e del contenimento delle nascite.) Ma forse, senza alcuna necessità di riconoscere alla Chiesa un ruolo dominante, la consapevolezza razionale di queste dinamiche può essere un antidoto valido per una riaffermazione di valori che sia razionale e non ingenua o imposta da Dio…
Riferimenti: per sapere di più sull’Autore